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Zeme, centro della Lomellina tra campi, rogge e cascine, affiora nelle carte medievali con i nomi di Cemide o Zemide, forme arcaiche che testimoniano l’antichità dell’insediamento. Le sue prime vicende istituzionali si intrecciano con quelle dei grandi poteri ecclesiastici del territorio: già dal X secolo potrebbe essere appartenuto al vescovo di Pavia e, in seguito, al priorato di Santa Croce di Mortara. Tuttavia, all’inizio del Trecento, una parte del territorio risultava confermata ai conti palatini di Lomello, segno della frammentazione giurisdizionale che caratterizzò l’intera regione. Zeme compare, inoltre, nei diplomi imperiali del 1191 e del 1220, con cui la Lomellina veniva assegnata a Pavia, mentre è assente nel più antico diploma del 1164: un dettaglio che rivela un assetto ancora in evoluzione nel pieno dell’età feudale.
Con l’ascesa dei Visconti, la situazione mutò nuovamente. Zeme passò sotto il controllo di Filippino, figlio del condottiero Facino Cane, uno dei protagonisti politici dell’Italia settentrionale tra XIV e XV secolo. Nel 1524 il borgo venne alienato ad Angelo della Pergola, anch’egli capitano di ventura e signore di Sartirana. Ma le proprietà dei della Pergola cambiarono presto ancora padrone: nel 1518 il pronipote Francesco cedette la località ai San Cassiano, e pochi anni più tardi, con l’istituzione della diocesi di Vigevano (1532), la Contea di Zeme venne assegnata stabilmente al Capitolo della cattedrale e alla Mensa Vescovile. Questa signoria ecclesiastica, radicata e durevole, si protrasse fino all’abolizione del sistema feudale, senza ulteriori passaggi signorili o conflitti rilevanti.
Il Settecento vide un nuovo cambio di scenario geopolitico: con il 1707, e poi ufficialmente con il trattato del 1713, Zeme, come gran parte della Lomellina, venne inglobata nel Regno di Sardegna. Nel 1818 il Comune venne ampliato attraverso l’aggregazione dei soppressi comuni di Marza e Sant’Alessandro, due insediamenti rurali di antichissima origine che oggi sopravvivono nei nomi delle cascine.
Sant’Alessandro, sede di un’antica pieve, è attestato già nel medioevo. Per secoli fu feudo dei Caccia, una delle famiglie più influenti del territorio, finché nel 1625 passò a Giambattista Visconti – di un ramo cadetto della dinastia ducale – genero di Pietro Paolo Caccia. Fu suo figlio, Vercellino Visconti, a ottenere il titolo di marchese di Sant’Alessandro, ma la linea familiare si estinse poco prima della fine del Settecento, lasciando il territorio privo di eredi diretti.
Marza, invece, seguì verosimilmente le vicende del vicino Olevano. Nel XVIII secolo risultava appartenere ai Taverna di Milano, conti di Landriano, una delle grandi famiglie nobili lombarde. Con la loro signoria si chiude il capitolo feudale di quest’area della Lomellina, che nel corso dei secoli aveva conosciuto passaggi silenziosi ma profondi tra poteri laici ed ecclesiastici, riforme amministrative e lenti processi di consolidamento territoriale. Zeme, nel suo profilo odierno di borgo rurale, porta ancora impressa questa lunga storia fatta di cascine, pievi scomparse, confini mobili e antiche dignità feudali.